Black entrò nella guferia, faticando non poco per passare tra gli stipiti con quella gabbia ingombrante.
Era finalmente arrivato il suo
animale....
Un esemplare di aquila, non il solito gufo, estremamente affascinante, inafferrabile, scontroso come pochi, fedele oltre ogni limite...
Quando sentì che la gabbia toccò una superficie rigida, si scosse dal suo apparente torpore.
Era ora di fare la sua conoscenza...
- Ecco qui....ci siamo...-La Serpeverde aprì un pò tesa lo sportello di ferro.
- Prego, signore! - fece con aria teatrale, ma il pennuto non accennava a voler uscire.
- Ehi? Ammetto che la tua gabbia possa esser abbastanza comoda...ma non hai voglia di farti una svolazzata?...-E poi un'idea la colpì.
Si diresse verso lo scaffale in cui erano riposti alimenti quali conigli stecchiti o a brandelli e quant'altro e ne afferrò una manciata.
- Fame? - Un fremito d'ali e un arruffarsi di piume, e l'animale finalmente uscì.
La ragazza si spaventò quasi quando l'aquila le piombò sul braccio, con insolita rapidità.
- Bravo...- sorrise, e il braccio cominciava ad indolenzirsi.
La creatura mangiò. Poi le porse la testa e Black ci mise un pò a capire che ciò che le era concesso era una carezza.
Con mano leggera gli sfiorò il capo.
E infine lo vide volare via, oltre la finestra.
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• °.°... Muahahahha xDDDDD •
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"Il tuo amore e la tua pietà cancellano quel marchio che la volgare calunnia stampò sulla mia fronte, perchè cosa m'importa di chi dice bene o male di me, se tu ricopri il mio male e il mio bene riconosci? Tu sei tutto il mio mondo, ed io devo sforzarmi di conoscere dalla tua lingua i miei pregi e le mie vergogne; nessun altro esiste per me (nè io per nessun altro sono vivo) che nel bene o nel male possa volgere la mia indurita coscienza. Getto ogni cura delle altrui voci in un abisso così profondo che il mio udito da aspide si chiude a chi mi critica come a chi mi lusinga. E nota come giustifico la mia noncuranza: così fortemente ti sei radicato nel mio pensiero che tutto il resto del mondo mi pare morto." (William Shakespeare, sonetto n° 112)
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